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MASSAUA IERI E OGGI

A Taulud, vicino alla piccola stazione ferroviaria di Massaua, la casa dei miei nonni, quasi appesa sul mare, era un luogo magico. Di notte portavamo fuori le brande per dormire all’aperto, e ci addormentavamo ascoltando il sommesso rumore delle onde che andavano e venivano sulla sabbia. Accanto ai miei nonni abitavano famiglie con ragazzini della nostra età, con loro trascorrevamo i giorni delle vacanze a Massaua. Il mare non ci stancava mai. Stelle marine, pesci multicolori, i barracuda che ci passavano accanto, le piccole razze, o le grandi mante, un mondo sommerso ricco di incanti, una favola che ad Asmara ci saremmo poi raccontati. Con mio fratello ci spingevamo al largo su una piccolissima barca, il “sandolino”, senza dirlo ai nonni. La passione per il mare e l’età avevano il sopravvento su qualsiasi altra considerazione. Un giorno fummo raggiunti da un saggio pescatore che ci intimò di tornare subito indietro dicendoci che ci stava seguendo un grosso “pescecane”. Il pescatore voleva giustamente spaventarci; da allora non ci allontanammo più, ma il pescecane rimase per molto tempo nei miei sogni, o meglio incubi. Massaua era anche il barcaiolo che ci portava all’isola verde,  sulle sabbie calde di un atollo dove eserciti di paguri andavano e venivano senza sosta, indaffarati in  chissà quale misteriosa missione.  Fra le mangrovie sostavano i fenicotteri, gli aironi e gli altri uccelli del mare, disturbati dalle nostre esplorazioni nella “jungla” del nostro mondo immaginario.

Era molto viva, allora, la piccola cittadina sul Mar Rosso costruita su un’isola di madrepora, abitata da numerose famiglie italiane, e meta delle vacanze degli asmarini. La sera andavamo al bar Torino, situato nel  centro della città, a gustare le granite di tutti i colori. Fra i tavolini all’aperto si formava una piccola comunità. Un esile pescatore dalla vista annebbiata, con un turbante e una scolorita jellabia, si aggirava fra i tavoli  mostrando un sacchetto pieno di piccole perle. Erano la sopravvivenza, sua e della sua famiglia, i tesori del mare pescati con chissà quante lunghe e faticose immersioni. Ma a noi ragazzini allora non interessavano le piccole perle, osservavamo lui, l’esploratore dei fondali marini, fondali che per quell’uomo consumato dal mare erano la vita, non certo la nostra favola.  Nel centro di Massaua, fra i vicoli avvolti dall’aroma di incenso e dall’odore delle spezie, gli abitanti della piccola città dormivano all’aperto, mentre le note musicali del trasgressivo locale Trocadero invadevano l’aria calda e umida.Camminavamo fino al faro anche di notte, andavamo dal custode del mare,  dove le onde si infrangevano sugli scogli e i pesci riflettevano una luce argentea, piccoli angeli d’acqua, quel tocco di magia che dava luce anche a noi in tanti bagni notturni.

Lontane, le isole Dhalak erano un miraggio. Avevo sentito parlare, allora, di un episodio che mi aveva molto colpito. Un sambuco, carico di passeggeri diretti in pellegrinaggio alla Mecca, era scomparso. Si diceva che il proprietario del sambuco, o forse un pirata,  avesse preso tutto il danaro ai pellegrini e li avesse abbandonati su una delle isole dell’arcipelago delle Dhalak. I poveretti, abbandonati sull’isola deserta, senz’acqua e senza viveri,  erano poi stati divorati dai granchi. Vennero ritrovati i loro resti, si fecero molte supposizioni, ma essendo scomparso il sambuco non fu difficile svelare il mistero. Una favola nera ma vera; ogni volta che guardavo l’orizzonte pensando alle isole lontane e misteriose, mi veniva in mente la storia del sambuco scomparso  e degli eserciti dei terribili granchi.

E’ trascorso tanto tempo; i bambini e i ragazzi che si tuffavano dai trampolini dell’albergo CIAO, o che nuotavano nella bella piscina del Lido, comunicante con il mare, sono immagini che ripercorrono nella mente il film della Massaua di allora, della sua magica atmosfera. Sono i cortei di fantasmi che abitano le nostre menti, travestiti da ricordi, pronti ad apparire appena ci sfiora una sensazione che li sveglia, un odore, un sapore, poche note musicali, come la nota “ Brazil “ che i bravi orchestrali suonavano alle feste danzanti del Lido, sempre molto frequentate. Vedevamo le stelle cadenti, danzando, o solitari barcaioli che attraversavano una striscia di mare illuminata dalla luna. Non vedevamo altre ben diverse realtà nei momenti felici di allora.Da qualche anno torno a Massaua con compagni di viaggio che non l’hanno mai vista. Non ho rimpianti né nostalgie, ma gratitudine per il tempo trascorso in questa città.  La realtà è quella del momento,  altri mondi sommersi inevitabilmente ci abitano, ma non faccio confronti. Sono tempi diversi.Nonostante molte e drammatiche vicissitudini, Massaua non ha perso la sua magica atmosfera. E’ una città ferita, lo si vede subito guardando  il ” Palazzo del Governatore”,  un edificio di impronta orientale.  La cupola è stata sventrata da un missile, i cancelli conservano ancora il disegno del  “ leone etiopico “. Benché sia stato segnato dalla guerra, non è difficile intuire  l’originale splendore del più bel gioiello architettonico di Massaua. I viaggiatori  ammirano, nel centro, le impronte lasciate dagli occupanti turchi, che si insediarono dopo i portoghesi, e i tanti edifici, davvero notevoli, costruiti dagli italiani dai primi anni del diciannovesimo secolo agli anni trenta. L’ex banca di Roma, l’ufficio postale, i bianchi palazzi del centro, nonostante i segni del tempo e della guerra,  testimoniano un passato ricco di notevoli opere architettoniche.

La gente del luogo, soprattutto gli uomini, siede ai tavolini dei bar all’aperto, ascoltando musica e bevendo birra; la notte, tra i vicoli dove si dorme all’aperto, c’è sempre  l’odore di spezie e di incenso di un tempo, si sono spente le note del Trocadero, ma musiche e canti orientali escono dalle case, dai bar. Ci si ferma a parlare con la ragazza insonne sulla branda, fa la parrucchiera, ci dice, e mostra la sua bellissima bambina che dorme accanto a lei. Temiamo di disturbare, passando fra le brande, ma è da sempre così, si dorme all’aperto,  la gente che passa fa parte del trascorrere della notte.La suggestiva voce del muezzin vola nella luce dorata del tramonto, ed è la stessa luce di un tempo, non hanno età né si accorgono dei cambiamenti la luna, i cieli stellati. Il faro è malinconico e solo, non lo si può più raggiungere, la zona è militarizzata. Anche il porto è orfano  delle tante voci che lo animavano, in lingue diverse, ma tornerà a vivere, dicono, ci sono progetti, si sta aprendo un cantiere navale. I viaggiatori si fermano, guardano, ammirano, affascinati dalla piccola città avvolta in un’atmosfera particolare che resiste al tempo.  I bambini sbucano tra i vicoli e nelle piazze nelle ore notturne, quando l’aria è meno calda, corrono, inventano giochi, la passione più grande è il pallone.

Sono felice che l’incanto non si sia spento per coloro che vedono per la prima volta Massaua. Guardo l’isola verde e penso al vecchio barcaiolo, mi siedo in un bar e penso al pescatore di perle.La cittadina testimonia, con i suoi edifici, i suoi antichi portali, tante storie diverse, la precarietà dei vincenti e la resistenza dei vinti, la pace e la guerra. Dopo il giorno caldo e sonnolento, la vita si risveglia la sera.  Intorno al grande tavolo di Mohammed, detto il dankalo, citato nelle guide turistiche per il suo pesce essiccato in una buca di coccio, usata come forno,  i viaggiatorichiacchierano, si narrano storie, fanno programmi, parlano delle le fantastiche isole Dhalak, dove una natura incontaminata regala giorni indimenticabili, vissuti nel silenzio e nella solitudine di un mondo arcaico, a contatto con le meraviglie delle barriere coralline.

Accanto al dankalo c’è ancora la più bella casa turca di Massaua. La regale signora del negozietto davanti, abito lungo bianco e una sciarpa rossa arrotolata sulla testa,  tosta i chicchi del caffé per poi offrirlo ai clienti del dankalo,  come fossero, i viaggiatori, suoi graditi ospiti. E’ il rito ospitale del caffé, un’antica usanza, quasi un rito sacrale che si svolge fra l’aroma e il fumo dell’incenso e l’odore dei chicchi tostati. La signora è felice di offrirlo, non accetta nulla in cambio, se non la condivisione dei momenti con i viaggiatori che vengono  da lontano. Intanto fra i mille gatti di Massaua si è sparsa la voce, o meglio il miagolio, che c’é gente dal dankalo. Arrivano puntuali, magrissimi e agguerriti, sbucano da ogni angolo, pronti a difendere con tutte le loro povere forze il territorio sotto il tavolo. Un malinconico cane li osserva da lontano, ma non osa avvicinarsi  al famelico esercito dei gatti.Il cielo è ricoperto di stelle. Sono le stesse che guardavo prima di addormentarmi nelle notti in cui dormivamo all’aperto, a Taulud.  Indifferenti e lontane, ma splendide e splendenti.  

Testo di Erminia Dell’Oro

Foto di Massimo Bicciato

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