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IL CARAVANSERRAGLIO DELL'INFANZIA

Il Caravanserraglio, Medeber, è uno dei luoghi più affascinanti della bella città di Asmara. Si accede al grande recinto da un caratteristico ingresso, e ci si trova in un caotico luogo dove tutto si ricicla, si trasforma. Fra l’odore pungente del peperoncino rosso,  il rumore dei martelli, le scintille che si innalzano nei sentieri dove giovani e vecchi saldatori lavorano protetti da occhiali e i gommisti  tagliano gomme per trasformarle in sandali, si rimane incantati e frastornati, confusi e meravigliati.

Si cammina sui sentieri del Caravanserraglio, avvolti da nubi di polvere rossa, smarrendosi, ritrovandosi, fermandosi a parlare, anche in italiano, con  fabbri, artigiani, sarti, venditori di vecchie radio, di biciclette, di pezzi di ricambio introvabili se non in questo luogo.  

Donne musulmane con abiti e veli di ogni colore, donne copte con lunghi abiti bianchi macinano il berberè dentro mulini meccanici. Medeber è vita, è una straordinaria energia che si avverte a ogni passo.Un letto, una caffettiera, un bel pettine lavorato in ferro, uno specchio, una statua tombale, molti arnesi in latta, un pezzo di ricambio per un’auto d’epoca, si trova di tutto. Un riciclo davvero sorprendente per chi vive in paesi dove nella spazzatura finiscono oggetti che sicuramente al Caravanserraglio di Asmara verrebbero molto apprezzati.

Ero una bambina, e sentivo ogni tanto mio padre che uscendo diceva “ Vado al Caravanserraglio”. Immaginavo, emozionata, un luogo fantastico dove non si potevano portare i bambini, un luogo magico. Una favola a cui aveva accesso mio padre per chissà quali misteriosi contatti. Ho capito dopo che mio padre andava a cercare delle viti speciali o qualcosa che non riusciva a trovare in nessun negozio di Asmara.

Ogni volta che torno al Caravanserraglio mi viene in mente mio nonno paterno, arrivato in Eritrea nel lontano 1896. Sbarcato a Massaua, poco più che ventenne, aveva deciso di intraprendere nella recente colonia, l’avventura africana. Non so come abbia raggiunto il villaggio sull’altopiano, a quasi 2500 metri, dato che allora non c’erano strade. Forse un sentiero che si arrampicava tra monti e baratri, frequentato da iene, da sciacalli, da serpenti e avvoltoi, da numerose tribù di scimmie, e senza alcun luogo di ristoro. Il giovane lecchese si sarà unito ad altri intrepidi pionieri, avranno formato una carovana, muli forse, o cammelli, e avranno impiegato qualche giorno e qualche notte prima di giungere al villaggio diviso in quattro quartieri. La sera avranno acceso i fuochi per tenere lontane le iene, per cucinare, per scaldarsi, arrivando sull’altopiano. Certamente i pionieri saranno stati affascinati dal mutevole paesaggio, salendo, dalla maestosità delle montagne, dai colori, dalla luce.  Ma andavano incontro all’ignoto, a una vita di sacrifici in una terra sconosciuta. Avranno incontrato la nebbia, salendo, le cime delle montagne come vele galleggianti su un mare bianco, visioni surreali ai viaggiatori giunti in terra d’Africa, un continente così lontano dalle terre che avevano lasciato. Il Caravanserraglio era allora un luogo dove si fermavano le carovane di  cammelli che trasportavano il sale, le spezie. Si sostava per dormire, per discutere, si accendevano fuochi sotto un cielo pieno di stelle. Non credo che mio nonno abbia fatto parte di una di quelle che io immagino fantastiche carovane, ma mi piace pensarlo. Arrivati nel grande villaggio, dove ci sarebbe stato molto da fare perché nascesse la bella città, seduti in terra accanto ai cammelli, i pionieri avrebbero sostato, di notte, al Caravanserraglio. 

E accanto ai  fuochi si sarebbero raccontati le loro storie, i luoghi che avevano lasciato,  Lecco,  Siracura, Salonicco, Cipro, Udine, Forlì, tante storie intrecciate che avrebbero formato un’unica storia, una storia sospesa nel tempo, nello spazio, come l’altopiano di luce dove si sarebbero inventati una nuova vita.

testo di Erminia dell'Oro
Foto di Massimo Bicciato

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